Il disordine

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Testo: Il disordine
di Insideyou

L’ordine della mente non potrà mai diventare l’ordine supremo della virtù: l’ordine congegnato dalla mente è misurabile, schematizzabile e riconoscibile, ma la virtù con la sua integrità ed armonia, non potrà mai essere coltivabile, avere a che fare con il confronto, con un modello, oppure essere prigioniera di un metodo, di una scelta o di una sanzione.

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Trascorriamo gran parte del vivere quotidiano ansimando, correndo, lamentandoci, occupandoci costantemente in innumerevoli cose futili a tal punto da ritrovarci così perdutamente frammentati, stressati e stanchi, da indicare tale stato di coscienza come disordine.
Iniziamo qualcosa per poi occuparci di altro, ritorniamo su eventi o cose già fatte per riformularle o rielaborarle apparentemente in maniera nuova, ma in realtà applichiamo sempre lo stesso approccio: amiamo torturarci con il lavoro, con l'opera sociale, con le innumerevoli attività, con le incessanti abitudini, con il perseguimento di un ideale, con la reiterazione del piacere, con la sagace e pedissequa sottomissione ad una fede o ai doveri, sollazzandoci talvolta con ciò che indichiamo essere creatività, scoprendo che di fatto è invece un lamento di sofferenza che prende la forma di scritti, quadri o statue che puntualmente ci teniamo stretti identificandoci costantemente in essi per logorarci sempre più e ricavarne almeno il piacere del compiacimento, del vanto o talvolta anche della commiserazione.

Alla ricerca di un senso, di un fine ultimo, del domani che illuminerà tutta questa oscurità, continuiamo ad indicare il disordine e ad accettarlo passivamente quasi fosse inevitabile, intoccabile e soprattutto indiscutibile.

Ora, quando indichiamo ciò che vediamo come disordine, esteriormente a noi, non abbiamo già posto una barriera, un intervallo, una divisione tra noi che osserviamo e ciò che riconosciamo essere come disordine, compreso il movimento che vediamo come noi stessi all'opera nell'esteriorità chiamata mondo?
Quando accettiamo questo stato di cose rassegnandoci al presunto fatto che sia così, che sia inevitabile, che è una caratteristica dell'uomo, non stiamo in fondo giustificando noi stessi ed allo stesso tempo qualificandoci come dei martiri da prendere a modello che subiscono e tollerano tutto ciò in silenzio, ci sentiamo ancora una volta importanti e risaltati?
Se fossimo davvero interessati al vivere, all'essere pienamente ciò che siamo attimo dopo attimo senza alcun tornaconto, potremo veramente renderci conto di ciò che stiamo facendo momento per momento?
Quando siamo realmente presi da qualcosa, quando siamo totalmente immersi ed interessati in un'attività, quando c'è uno stato di totale gioia, passione, cura ed attenzione, c'è coscienza di noi stessi o forse no, c'è solo quel vivere senza pensieri?

Essere consci, coscienti del sé che si muove, non avviene proprio quando c'è il conflitto e la divisione? Quando c'è sofferenza? Quando c'è ansia? E quando poi abilmente sfuggo al vivere ed indico ciò che vedo separandomene come disordine, cosa avviene? Sto riconoscendo quello che sto vedendo, no? Ho già in me il concetto di disordine e lo applico, lo misuro, lo confronto con ciò che vedo.

In realtà ciò che vedo è quello che ho visto già dall'immagine dei miei ricordi, che formulano l'assunto della parola disordine dietro la quale c'è il rifiuto di ciò che non è quello che il me pretende che sia o diventi.
Vedo il disordine perché c’è separazione tra il me ed il vivere, perché rifiutando ciò che osservo e non essendo più conforme a ciò che vorrei accadesse o fosse, è il me che indica quel visto come disordine, riconoscendo in pratica sé stesso come repulsione di ciò che vede per nascostamente anelare esserne l’opposto.
Ma che cosa sa realmente il me a proposito dell’ordine? Non conosce forse solamente l’ordine schematico e materiale del pensiero e della ripetizione, del finito e della misurazione, che è mera e futile meccanicità?

C'è più disordine allora se non c'è il me che lo riconosce?
Tutto questo è un altro strabiliante ed eccellente tranello della mente per sottolineare, difendere e persistere ancora il sé, non è vero?
Perché allora il me si occupa sempre e solo di sé stesso e non vive?
Forse perché il vero senso del vivere è proprio nella libertà dell’essere senza ego ed in tale stato non ci sarebbe più posto per lui stesso?

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Sino a quando avrai un’immagine di te, vigerà lo sforzo, il dolore, il dissidio, la tristezza, la confusione, il disordine ed il conflitto. L’essenza di quella immagine, che manifesta e misura il tempo psicologico attraverso la sofferenza, è il moto iterante del pensiero in perenne lotta con sé stesso, per la paura ancestrale del non essere.

Il disordine testo di Insideyou
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